Intervista a Domenico Quaranta – critico e curatore d’arte contemporanea
Domenico Quaranta, professore di “Net Art”. Ci può rilasciare una testimonianza sulla sua vita e attività di critico e una breve presentazione di lei.
Domenico Quaranta (Brescia, 1978), laureato in Lettere Moderne presso l’Università Cattolica di Brescia, ha frequentato il master universitario “Sistemi e professionalità dei musei di arte contemporanea”. Redattore della rivista Cluster. On Innovation, cura una rubrica dedicata all’arte in Rete sul portale Exibart, collabora a Noemalab, Random e Arte e Critica e ha realizzato, per la casa editrice Skira, i volumi monografici Magritte e Warhol (2004).
E la sua tesi di laurea in cosa è consistita?
Mi sono laureato nel 2002 con una tesi di storia dell’arte contemporanea dedicata ad ada’web, un sito americano che tra 1994 e 1998 ha commissionato molti progetti di Net Art. La sua parabola – da sito attivo a sito collezionato dal Walker Art Center di Minneapolis -, il suo tentativo di avvicinare Internet agli artisti, l’originale soluzione economica adottata, la sua precoce storicizzazione mi hanno permesso di fare oggetto di uno studio “storico” una vicenda relativamente recente come quella dell’arte in rete.
Leggo che lei insegna insegna “Net Art” presso l’Accademia di Belle Arti di Brera in cosa consiste il suo lavoro?
Essenzialmente, cerco di fornire ai miei studenti gli strumenti storico-critico-culturali necessari per capire la Net Art, e volendo, per farla.
Parlare di arte in rete sembra per certi aspetti lo stesso che avventurarsi in una giungla o in un deserto, ovvero in un territorio di cui abbiamo una conoscenza teorica magari molto precisa, un immaginario dettagliato ma un’esperienza di fatto del tutto limitata o – nel migliore dei casi – solo parziale.
Data la conoscenza di questo settore, quali sono, secondo lei, le tendenze artistiche più interessanti che al momento attuale si possono trovare in rete, sempre che di “tendenze” si possa parlare? Può individuare già dei mutamenti rispetto al passato? Una sorta di evoluzione delle modalità o del tipo di creatività?
Se escludiamo la preistoria della Net Art, ossia quel complesso nodo di esperienze che hanno sfruttato i protocolli di Internet, a fianco di altri media, per sviluppare progetti incentrati sulla comunicazione, la creazione collaborativa etc., l’arte in Rete ha poco più di dieci anni, il che rende un po’ arbitrario parlare di presente e passato. Tuttavia, è vero anche che la storia di Internet, e con lei quella della Net Art, ha avuto uno sviluppo molto rapido, e che i suoi primi giorni sembrano lontani anni luce. In questo lasso di tempo, la Net Art ha vissuto un itinerario completo, fatto di maturazione, di crisi e di rinascite; ha suscitato, con una rapidità che stupisce se pensiamo ai tempi lunghi di accettazione di un medium tanto meno radicale come il video, l’interesse di musei e gallerie: ma anche questo ha avuto un crollo improvviso, e se oggi continua, lo fa in una forma decisamente ridimensionata rispetto alle aspettative che aveva creato attorno al 2000.
Il risultato è che sono molti, oggi, a gridare alla morte della Net Art. Come spesso succede, si tratta in realtà di mettersi d’accordo sull’oggetto della conversazione. La Net Art nasce come nuova possibilità di azione creativa offerta da un mezzo nuovo. Fra i primi sperimentatori, un gruppo compatto e transnazionale – quello, in sostanza, che si riconosce nel termine net.art, e che trova in Nettime, in 7/11 e parzialmente in Rhizome la propria piattaforma di scambio – inizia a riconoscersi come avanguardia, e ad agire come tale. Un’avanguardia molto variegata, ma accomunata da alcune costanti: il rifiuto del sistema dell’arte, l’autoironia, il formalismo, l’autoreferenzialità, lo sviluppo di sistemi propri di sostentamento, la costruzione di una sovrastruttura leggendaria e di una narrazione in cui riconoscersi. La net.art porta avanti la propria ricerca, e in parallelo racconta la sua storia, e scrive il proprio certificato di morte. è stata una vicenda straordinaria, e se è vero che si è conclusa, è vero anche che i suoi principali rappresentanti sono ancora quasi tutti attivi, e che alcune delle tendenze più vitali della situazione presente – dalla Software Art al lavoro sulle interfacce alternative – nascono lì.
Ma la Net Art non è stata solo questo. I musei americani, insieme a qualche galleria e iniziativa privata, hanno tentato di sanare la frattura tra Rete e sistema dell’arte, avvicinando alla Rete artisti “tradizionali” e portando la Net Art fuori dalla Rete: penso a vicende come quella di ada’web, di Stadium, del Dia Center di New York… Entrambe queste situazioni, quella attivista e quella imprenditoriale, quella eurocentrica e quella americana, quella antiartistica e quella museale, sono entrate in crisi nello stesso momento, e più o meno in sincronia con il crollo della New Economy. Ma tutto ciò non ha lasciato il vuoto. Ha lasciato una situazione di fermento sotterraneo, di ampliamento progressivo delle possibilità creative. Le carte sono state rimescolate, e si è resa necessaria una pausa di riflessione. Ne sono nati lavori meno strabilianti, ma di grande interesse e solidità. Si stava – probabilmente, si sta ancora – tastando il terreno, e si procede con i piedi per terra. Il mondo dell’arte, che per un certo momento aveva potuto sembrare l’approdo naturale dell’arte in Rete, a un certo punto le ha voltato le spalle, e molti artisti sono tornati a cercare il proprio pubblico in altri contesti: l’attivismo, le comunità dei videogiocatori e, più di recente, dei blogger. Oggi, Net Art è un termine poco amato, abbandonato da chi, in altri tempi, l’aveva abbracciato e sostenuto e poco sentito da chi comincia a lavorare in Rete. Alcuni si stanno facendo strada nel mondo dell’arte, spesso con ottimi risultati: pensiamo, giusto per fare due esempi italiani, peraltro agli antipodi l’uno dagli altri, a Carlo Zanni, che ha in corso una mostra all’ICA di Londra, e agli 0100101110101101.ORG, che stanno lavorando a una importante personale da Postmasters; ma anche a Ubermorgen, JoDi, Cory Arcangel… artisti il cui lavoro è sempre meno “net-specific”, ma che con la Rete, la sua etica, i suoi sistemi di produzione e la sua storia recente hanno ancora un legame molto forte.
Contemporaneamente, Internet è ancora la fonte, il nucleo operativo e il luogo di incontro, di tante articolazioni possibili della New Media Art: dalla Software Art all’arte generativa, dai videogame alla musica elettronica al vjing – si pensi a community nate attorno a un software come Micromusic e 8bitpeople, FLxER e Flickr. Quanto a tendenze vere e proprie, senza alcuna volontà di essere esaustivo potrei segnalare i “media contagiosi” teorizzati dall’americano Jonah Peretti, che sfruttano la Rete come mezzo di accesso a network sociali complessi; la tendenza “retro”, che si manifesta in forme diverse e a vari livelli, dalla nostalgia per la net.art al recupero dello stile delle homepage dei primi anni perseguito da Olia Lialina, da una generica infatuazione per il low-tech al recupero di vecchie estetiche e piatteforme.
In cosa consiste il suo lavoro di critico e curatore d’arte contemporanea?
Difficile sintetizzarlo in poche righe. Diciamo che cerco di interpretare quello che accade, e a volte di aiutarlo ad accadere. Occupandomi prevalentemente di arte che usa i media digitali o che parla del nostro presente tecnologico in un paese, l’Italia, che non ha sviluppato (come invece è accaduto in altri paesi) un sistema di presentazione parallelo a quello dell’arte contemporanea, il mio ruolo è spesso quello del “mediatore”, nel senso più ampio del termine: cerco di offrire al pubblico dell’arte la chiave per capire e apprezzare un’arte che sembra lontana da quello che gli passa normalmente sotto gli occhi, ma che è invece incredibilmente vicina.
Che cosa significano questi due termini?
Il primo ha a che fare con l’interpretazione, il secondo con la presentazione dell’arte. Nei paesi con un sistema dell’arte più evoluto del nostro, i due ruoli sono normalmente separati. In Italia i due ruoli si sovrappongono, il che non è necessariamente un male. Un curatore, per essere tale, deve esprimere una determinata visione, produrre uno statement culturale: in questo senso, ogni curatore è anche un critico. Separare la critica dall’attività curatoriale vuol dire trasformare quest’ultima in una pratica di puro management. Nel contempo, tuttavia, il ruolo attivo del curatore nella promozione del lavoro dell’artista rende la sua attività critica pericolosamente soggetta a un potenziale conflitto di interessi.
Cos’è che non va nel lavoro del critico?
L’esplosione, nei secondi anni Novanta, di riviste specializzate ha portato alla nascita, anche in Italia, del giornalismo artistico, e forse manca ancora una corretta comprensione delle differenze tra critica e cronaca d’arte. Se uniamo questa confusione alla sovrapposizione tra critico e curatore, il problema emerge chiaramente: troppi ruoli per una sola persona! Ci troviamo di fronte, in altre parole, a una categoria che esplode, senza uno statuto definito e senza figure di riferimento. Ma sono disturbi della crescita, segnali di una situazione in evoluzione. Passerà…
Le piace di più fare il critico o il curatore? Perché?
Il critico, per pigrizia. Pigrizia fisica, non intellettuale: fare il curatore impone di attivare una serie di competenze (relazionali, manageriali, etc.) che non sono richieste al critico puro.
Per i suoi diversi aspetti e interessi se io le dico ‘artista curatore’ lei si riconosce in questo titolo?
No. Io non sono un artista. Ma un artista può fare il curatore, e spesso molto bene.
In che modo definisce in un’opera d’arte il concetto di bello e di brutto?
Non lo faccio. “Bello” e “brutto” sono categorie estetiche che raramente sono funzionali alla descrizione di un’opera d’arte. E quando lo sono, vengono ridefiniti dall’opera in oggetto.
Hai mai pensato di fare l’artista?
Si. A vent’anni, è difficile interpretare la propria passione per l’arte in maniera diversa. Ma non mi sento un artista fallito. Diciamo che a vent’anni ero un critico confuso.
Si dice che ogni grande artista dica sempre la stessa cosa per tutta la vita. Penso che questo, se vale per l’artista, valga anche per ogni uomo. Qual è l’anima del tuo lavoro? C’è un filo conduttore che unisce tutto quello che scrivi e che curi?
Se c’è, com’è probabile, preferisco individuarlo a 70 anni, non a 30. Per ora cerco di lavorare senza guide e preclusioni che non siano l’interesse e la curiosità.
Come ha iniziato a fare questo mestiere? Ci parli della tua passione, ma anche delle occasioni grazie alle quali hai potuto entrare in questo mondo. Insomma i circuiti.
I circuiti? Se ci sono circuiti, io non li ho trovati. C’è solo lavoro, tanto e poco retribuito. E lavorare per un obiettivo. Dopo la laurea, ho cercato di non lasciar cadere, come fanno molti, l’interesse per le questioni che mi hanno portato alla tesi. Tutto qui. Ti proponi a una rivista, poi a un’altra. Studi. Qualche amico ti coinvolge in un progetto. A un certo punto, qualcuno ti dice che sei diventato un punto di riferimento, uno specialista. Non gli credi, dopotutto non riesci ancora a mantenerti con quello che fai. Ecco: forse crescere vuol dire continuare a non credere a quelli che ti dicono che sei già arrivato da qualche parte.
Come si fa a diventare critico e curatore? Quali persone bisogna chiamare, cosa si deve fare? Lei cosa hai fatto, e cosa consigli di fare?
Ripeto, a costo di sembrare noioso: lavorare, fino a che qualcuno comincia a chiamarti “critico” o “curatore”. Per me, scrivere è stato molto importante. Oggi non è difficile, le riviste d’arte sono tante e hanno bisogno di manodopera non retribuita. Si, forse qualcuno chiama. Io ho guardato a mio padre, calandratore in una acciaieria. Ci è entrato come semplice operaio, ha lavorato sodo. Ora lo chiamano per lavori che altri non sono in grado di fare.
Perchè così pochi lavori interessanti in giro per le gallerie?
Questo è un giudizio tuo. Potrei rispondere: perchè troppe persone dicono “pochi lavori interessanti” senza sforzarsi di portarcene di migliori.
Cosa c’è all’estero che manca all’Italia?
Da dove devo cominciare? Una classe politica onesta, o condannabile quando non lo è. Un’università meritocratica. Un mercato dell’arte regolamentato. Finanziamenti pubblici agli artisti. Musei che funzionano. Continuiamo?
Ovviamente sono stato al tuo gioco, ho idealizzato l’estero a scapito dell’Italia. Non esiste l’estero, esistono paesi con problematiche e soluzioni diverse. La lista qui sopra evidenzia le problematiche dell’Italia.
Le è mai capitato di proporre qualche artista? Se si dove trova gli artisti che propone?
Su Internet
Li sceglie lei o la trovano loro? Come riesce un artista a trovarla e a conquistarla? Via mail, al telefono o come?
Molte volte mi contattano loro, altre volte sono io stesso a cercare loro, a seconda delle mie esigenze lavorative in quel determinato periodo o momento
Come si fa a curare una mostra? Ci spieghi l’abc? l’iter? es. cercare gli artisti, crearsi un’idea, chiamare il gallerista…
Non esiste un ricettario e non sarò certo io a scriverlo. Hai qualcosa da dire e cerchi il modo per dirlo. Le vie della ricerca e della messa in atto variano di volta in volta.
Se io le dico Second Life cosa le viene in mente? Quali sono le prospettive future?
Second Life è un luogo pubblico dove succedono delle cose. Siccome ha qualche particolarità, le cose che vi accadono possono risultare interessanti per qualcuno. A me interessa come alcuni stiano tentando di ricostruire l’incantesimo dell’arte all’interno di un mondo virtuale in 3D.
Qual è il suo ruolo all’interno di Flash Art, Exibart e Arte e Critica, nella fattispecie di cosa si occupa?
Nessun ruolo “all’interno”. Ho scritto per Exibart e Arte e Critica, scrivo per Flash Art. Mi occupo soprattutto di net art e media digitali, perchè c’è già abbastanza gente che si occupa di altro – ma anche l’altro mi interessa. Su Flash Art seguo uno spazio fisso, il che mi piace molto, perchè ti consente di mantenerti vigile su quello che accade nonostante i ritmi del lavoro. Ed è un momento essenziale di verifica e di dialogo con il pubblico.
Quali sono le iniziative ed i progetti di cui si è occupato o si occuperà nel 2008?
Sto lavorando a una mostra per un centro belga, l’iMAL. Si chiama “Holy Fire” e si terrà ad aprile, durante la fiera Artbrussels. Si tratta di una mostra “senza concetto”, che cerca di verificare la presenza della New Media Art sul mercato, di stimolare il dibattito su un argomento che ritengo cruciale, di attivare un network di persone che lavorano isolatamente a una causa comune.
Quale iniziativa organizzata da lei lo scorso anno o gli anni precedenti ricorda con maggior piacere e perché?
The Gate, progetto realizzato sempre in collaborazione con l’iMAL. Un tentativo di mettere in connessione due spazi e due pubblici di natura molto diversa (quello fisico e quello virtuale di Second Life). Ciò che ho amato in quel progetto è stato lo spirito collaborativo, lo spirito di ricerca condiviso da tutti gli attori in gioco, che lo ha portato ad evolvere, in pochi giorni, in qualcosa di totalmente diverso da quanto avevamo previsto. Mi piace fare cose che abbiano la capacità di sorprendermi.
Cosa intendete con il termine “Game Art” e quali sono le motivazioni che vi hanno spinto alla trattazione di quest’argomento?
Per me, “Game Art” è uno di quei termini provvisori che servono per dare evidenza a un fenomeno culturale in una fase in cui, pur essendo sotto gli occhi di tutti, non viene colto o viene volutamente passato sotto silenzio. Parlo non a caso di “fenomeno culturale”. La Game Art non è un movimento, ossia il prodotto di un gruppo coeso di artisti che condividono la stessa prospettiva culturale e estetica e che si sono scelti questo termine come bandiera; neppure è uno stile, come l’espressionismo astratto, né tantomeno, come la Video Art , un complesso di opere eterogenee accomunate da un medium. Per questo è provvisorio: quando il pubblico e la critica avranno preso atto che molta arte contemporanea si trova, o si è trovata, a confrontarsi con il mezzo videoludico non ce ne sarò più bisogno. Ora serve per indicare il lavoro di artisti che, partendo da culture e linguaggi totalmente diversi, stanno convergendo sul mondo dei videogiochi, utilizzandoli di volta in volta come fonte di immaginario, come luogo di elaborazione di nuove estetiche, come bacino narrativo a cui attingere e come mezzo creativo.
Se io le parlo di “GameScenes” cosa le viene in mente? Cosa ci può dire di questa sua esperienza?
GameScenes è uno sguardo sull’arte contemporanea, a 360 gradi, da un determinato punto di vista. Un progetto curatoriale in formato cartaceo. E, soprattutto, cosa a cui tengo molto, non è un libro di New Media Art, ma un libro di arte contemporanea che cerca di sondare tutti i possibili usi artistici del videogioco.
Tre caratteristiche essenziali che dovrebbe avere un curatore, un consiglio per i giovani appassionati d’arte.
Apertura mentale. Modestia. Pazienza.
Intervista a cura di Matteo Mini
2 Utenti hanno risposto a " Intervista a Domenico Quaranta – critico e curatore d’arte contemporanea "
February 26 2008
[...] Cristina Pace: Mi sono laureato nel 2002 con una tesi di storia dell’arte contemporanea dedicata ad ada’web, un sito americano che tra 1994 e 1998 ha commissionato molti progetti di Net Art. La sua parabola – da sito attivo a sito collezionato dal … [...]
January 26 2009
Gentile critico e curatore vorrei chiederle, secondo lei, qual è il percorso universitario più idoneo per svolgere il suo stesso mestiere. In Italia ci sono molte università con indirizzo artistico-storico tanto che è difficile per noi giovani individuare quale sia la strada migliore.
grazie, attendo una sua futura risposta.