Netmage 08 – intervista ad Andrea Lissoni
L’ottava edizione di Netmage international live-media festival, si è tenuto a Bologna l’ultima settimana di gennaio 2008, in concomitanza con Arte Fiera. Netmage nelle tre serate (dal 24 al 26), ha presentato un programma multidisciplinare di opere, performance live e installazioni che offrono un variegato scenario sulla ricerca audiovisuale contemporanea.
“NETMAGE – Intervista ad Andrea Lissoni”
Netmage così come lo definiscono gli stessi direttori “artistici” (Andrea Lissoni e Daniele Gasparinetti) è un festival inquieto; è cangiante e fa della sua instabilità un marchio di fabbrica che ormai lo contraddistingue da 8 anni. Ogni anno il festival si presenta sotto nuove forme, trattando temi chiave del panorama artistico contemporaneo.
È con netmage 07, per esempio, che si riprende una tensione postcinematografica, attraverso racconti e immagini destrutturanti, trattati all’interno del live-media floor (una delle aree più significative del festival) come una sperimentazione di dialogo con il cinema tradizionale.
Nell’edizione appena conclusa (24-25-26 gennaio 2008), il festival assume una posizione radicale nei confronti della sperimentazione artistica trattando con ogni forma e mezzo la tematica chiave della ricerca contemporanea: gli immaginari. Queste forme di espressione totalmente sperimentali si espandono all’interno delle sale e si aggrovigliano in un percorso fortemente indirizzato verso l’elettronica, arte video, expanded cinema, sonorità noise ai confini dei margini artistico – visivi; Un percorso di utopie e desideri rimasti in qualche modo minoritari nel corso del XX secolo.
Netmage 08 da vita ad un nuova sezione, Mangrovia, costruito in un ambiente più specifico, che si affianca al classico Live-Media Floor, vero e proprio cuore pulsante dell’intero festival.
La Mangrovia è una pianta subtropicale che accoglie a se mondi fra loro lontani, essa infatti vive più ambienti: l’ambiente subacquatico, acquatico, terrestre ed aereo ed è la metafora per eccellenza della biodiversità. L’omonima sezione quindi ospita, lungo il corso delle giornate del festival, interferenze di suoni, installazioni e performance che coesistono, si incrociano, si sfiorano e collaborano assieme in modo temporaneo e improvvisato.
Tale ambiente offre una vasta gamma di possibilità espressive ed è sostanzialmente dedicata ad una produzione più radicale ed eterogenea, fatta soprattutto di sperimentazioni. In questa sala (per citare qualche esempio pratico), giovedì (primo giorno del festival) Visomatic inc ha presentato in anteprima in Italia “Halbzeug – Surface Refinement” un’installazione costruita a partire da superfici di proiezioni tridimensionali, costruiti in poliestirene espanso estruso, accompagnata dal live degli Errorsmith. L’installazione è sostanzialmente un flusso elettronico, fatto di suoni campionati, che interagiscono sincronizzati a spot, proiettando sulla superficie colori ad intermittenza in aree specifiche della costruzione.
A seguire, Derek Hoizer e Sara Kolster, hanno presentato “Tonewheels” , un esperimento di conversione dell’immagine grafica in suono, ispirato dai pionieri della musica elettronica del XX secolo. Il duo utilizza rotoli di acetato contenete patterns ripetitivi che passano attraverso un circuito elettrico fotosensibile producendo suoni.
In Mangrovia, il flusso di performance cambia ogni giorno e il suo programma è stato estremamente ricco ed eterogeneo.
Il Live-Media Floor invece si sviluppa in un ambiente più ampio ed è la sezione a bando del festival, l’area in cui partecipano i progetti internazionali e nazionali selezionati, che compongono l’ossatura e la direzione artistica del festival stesso.
In un clima da pseudo concerto si esibiscono artisti, vj, performer audio – visivi come un flusso continuo ed inquieto d’immagini, sensazioni e suoni.
Una delle performance all’interno del Live-Media è stata quella di Jade Boyd e Simona Barbera dal titolo “overground” , una sorta di evocazione di paesaggi sonori di altri mondi, basata su una doppia video proiezione mixata dal vivo in cui i suoni oscillano tra toni ambient, noise e techno e le immagini subiscono distorsioni e refacement continui.
Il festival oltre alle 2 aree precedentemente descritte si sviluppa anche in altri luoghi: la sala dell’orologio e il cortile del palazzo. Nella prima, si sviluppa la sezione Perfomative Enviorenment, una sala appositamente allestita come un miraggio del cinema anni ’20, in seta e raso plissettati, predisposta per il cinema da camera secondo una proiezione anaglifa, in cui è stato presentato l’ultimo lavoro di Zapruder filmmakersgroup “Daimon”. Daimon è un invito a spalancare gli occhi fino alla nausea, a considerare l’erotismo gravemente e tragicamente, un conflitto dato dalla natura umana stessa che è di per se essere impossibile da risolvere.
Nella seconda, Edwin van der Heide ha presentato la sua opera, dal titolo “Pneumatic Sound Field” ; una installazione pensata per spazi esterni come intervento e interazione con l’ambiente naturale. 42 valvole pneumatiche poste in una struttura metallica sovrastano lo spettatore e ne disegnano il suo campo d’azione: il sistema, governato da un software genera un continum percettivo spaziale e sonoro. Un flusso di ritmi ai confini tra mimesi naturalistica e progettazione rigorosa di ambienti virtuali.
Per capire meglio il festival, la sua storia e la sua struttura nel complesso delle serate, ho realizzato un’Intervista (riportata di seguito) ad Andrea Lissoni, uno dei 2 direttori di Netmage che assieme a Xing hanno reso possibile la sua realizzazione e la sua evoluzione lungo il corso degli anni.
Può parlarmi in generale della sua vita e del suo lavoro e di come è arrivato a condurre il Festival Netmage?
Io ho fatto un percorso universitario, ho fatto l’università a Pavia, ho intrapreso la scuola di specializzazione dell’arte a Genova. Concluso con un master alla normale di Pisa in gestione e menagemant dei beni culturali. In questo periodo lavoravo collaborando alla programmazione arte, video e cinema sperimentale del link, un centro di produzione culturale indipendente basato a Bologna, che riuscì ad aggiudicarsi la buona disponibilità economica da parte del comune di Bologna per Bologna capitale culturale del 2000 per un progetto pirata di festival che sarebbe stato il Netmage.
Con quel finanziamento facciamo la prima edizione, lo staff rimane quello che lavorava alla programmazione del dipartimento arte visiva del link con Daniele Gasparinetti (altro curatore del Netmage) con Lino Greco (la persona che si occupa dell’area bando) abbiamo messo a punto la formula del festival che ormai conoscete e vedete.
Quali sono i motivi e gli obiettivi per cui è nato Netmage?
Il festival è nato nella seconda metà degli anni 90, quando l’elettronica era finita, con elettronica intendo il video, che stava per essere gradualmente sostituito dal digitale.
Sostanzialmente il festival nasce su una domanda: che cos’è l’immagine ai tempi della rete?
Netmage nasce dall’idea di non di avere una connessione specifica con la rete, ma assume un’identità precisa, che riguarda volutamente la messa in gioco della questione del vivo.
una combinazione di elettronica, condizione di liveness e domandarsi cosa sono le immagini di ricerca oggi, danno la forma al festival.
Considerando il successo delle passate edizioni potrebbe dirci come nasce l’idea del Live-Media floor all’interno di Netmage? E come si è sviluppata lungo il corso degli anni?
Il Live-Media floor è la sezione che preferiamo, è il cuore, me è anche la più invisibile. È quel luogo in cui sono presentate tutte le produzioni emergenti.
È una sezione a bando, dove tutti gli anni partecipano circa 200 progetti, noi ne selezioniamo alcuni che sono quelli che danno l’identità del contenuto del festival.
La selezione avviene secondo quello che vogliamo mostrare, secondo il nostro gusto e secondo anche i nostri spostamenti; cioè non siamo palesemente più interessati al vj-ing, non siamo più palesemente interessati alle elaborazioni grafiche, non siamo più palesemente interessati alle forme cinematografiche narrative ma piuttosto, cerchiamo di capire che cosa ci interessa e quali sono i progetti di maggiore qualità.
Che cos’è Mangrovia? E su quali principi ideali basa la sua essenza?
Mangrovia quest’ anno è il numero 0. Avevamo in testa da molti anni il concetto di una sala in cui ci sono più installazioni o sound system pronti ad essere suonati.
Si ispira alla nota pianta subtropicale che ha una caratteristica unica, cioè di abitare 4 diversi ambienti, quello aereo, terrestre, acquatico e subacquatico; una specie di ecosistema ideale, un modo per rendere nello stesso spazio la presenza di più faune, flore diverse tra di loro.
Naturalmente attribuiamo ad essa un’identità, in linea con quella del festival.
Per cui è banalmente una sala dentro cui accadono alcune cose che non possono accadere all’interno della grande sala del Live-Media Floor perché hanno una dimensione più specifica, più installativa e che accolgono delle forme di sperimentazione forse più estreme e radicali rispetto al resto del festival.
Qual’ è il tema centrale che si presenta all’interno del festival di quest’ anno e in che modo sono legati tra loro i lavori degli artisti invitati?
Non è che ci sia un tema centrale, il tema centrale è sempre la ricerca di punta nella scena delle arti visive contemporanee, c’è un gusto e c’è una necessità. Noi cerchiamo di non dichiararlo in modo esplicito, funziona come una torta, con tanti livelli, con tanti strati, la puoi attraversare come vuoi e ci sono degli strati profondi in cui vedi tutto il festival.
Per quanto riguarda la sua struttura è un gioco di equivalenze di pesi, di misure tra i vari Live, la traccia di fondo del festival è un gusto ispirato ad una certa idea di lavorare su immagini scure, spesso abitate da melanconia, spesso vicino ad un immaginario post-gotico vittoriano, fatto di immagini nere regressive.
Un gusto che si è stabilito nella ricerca dell’arte contemporanea ed è con quel gusto che questo festival prova a misurarsi: Esiste un equivalente sonoro di quel gusto? Qual?è? Come si può ragionare su questo gusto? Che cosa racconta? Di cosa ci stanno parlando veramente queste modalità espressive dal punto di vista della percezione del reale? Ci piace che il pubblico se lo domandi.
Secondo lei cos’ è la net art? Come può essere classificata? E che rapporto ha con la società odierna?
La Net art per me è un genere, è un’etichetta che è stata importante per definire un certo tipo di ricerca e sperimentazione 10-15 anni fa.
Dal punto di vista dell’efficacia della categoria sono scettico perché vengo dall’aver visto la fatica che ha avuto l’arte video dal scrollarsi la categoria videoart che non è stata produttiva, è stata limitante ed ha costruito un genere. Paradossalmente, quegli artisti che con il video stavano cambiando la storia dell’arte e non quella della videoarte, (Bill Viola, Gary Hill), usavano semplicemente il video come strumento privilegiato, ma non erano video artisti, erano artisti. Per cui la categoria net art potrebbe essere pericolosamente paradossale dal mio punto di vista; detto questo,non parlerei di arte in rete, ma parlerei di forme sperimentali in rete, che quando sono efficaci, lo sono rispetto al dispositivo della rete.
Webliografia
Netmage sito ufficiale
Xing sito ufficiale
Visomat inc./Errorsmith/Telematique
“Halbzeug – Surface Refinement”
www.halbzeug.visomat.com
www.M12.visomat.com
www.DIN-AV.de
www.errorsmith.de
www.telematique.de
Derek Holzer/Sara Kolster
“Tonewheels”
Edwin van der Heide
“Pneumatic Sound Field”
Antonino Cartisano
Accademia di belle arti di Carrara: dipertimento nuove tecnologie dell’arte (arti multimediali), Prof. Tommaso Tozzi responsabile VttV – Virtual Town TeleVison.
a.a 2007-2008
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